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EPIFANIE DI ALESSANDRO BELTRAME

english translation 


   Agli inizi dell'arte moderna cominciano ad irrompere sulla tela grandi cieli commossi e violenti. Il cielo, ultimo piano del quadro, con le scoperte di Giotto (per lo più ignorato dal bizantini) a metà del Settecento è già straripante, deborda in ogni dove e le figure vi si accampano, come un tempo sulla terra, mitologiche, un po' greche ed un po' cristiane, celebrando trionfi o simulando catastrofi, in una dimensione che è poi sempre quella epifanica, perché è del Dio apparire dal cielo a portare agli uomini novelle e diktat. In certi vedutisti, o pittori marinai, il cielo diventa luogo di corrusche tempeste o di albe radiose; la nave sballottata dalle onde o strascinata da improvvise bonacce, dentro a tutto quel ribollire di veli e di nuvole, diventa un personaggio minore e la sua avventura, mentre il suo viaggio si fa cosmico, anch'esso come apparizione celeste, divina. Se pure un certo pre-realismo, da questi accadimenti marini, ce lo possiamo anche attendere.
Questa è la prima impressione dalle tele di Alessandro Beltrame, un artista nuovo-nuovo che certo, almeno dal subconscio a queste meditazioni sulle battaglie atmosferiche, deve pure avere derivato qualche cosa, come poi anche alcuni suoi vicini, che fanno questa pittura di citazioni, anacronismi o neo-manierismi per illustrare, in qualche modo, ciò che negli ultimi dieci anni andato accadendo, quando i più recenti e più rischiati "ismi" ebbero mostrato la corda e la pittura, in un modo o nell'altro, dovet-te ricredersi e tentare il ritorno al suo specifico.
E allora questi "fondi" di Beltrame, accampano sulla tela le loro pretese: certo di natu-ra nuvolosa e ciclonica ma anche, a momenti, territori come "deserti" o spazi terrosi, o resti di rocce. Ma sembra che l'idea dello schermo cinematografico che ormai, insie-me a quello televisivo, avvolge la terra, schermo sul quale nel bene e nel male, sono scritte tutte le nostre storie, stia alla base dell'impaginazione di questo quadra che al cielo allude e non allude perché l'artista sembra voler evitare, di proposta, proprio i colori che alla volta celeste meglio si adatterebbero ed i suoi cieli, sono, piuttosto, solarizzati, come si usa in certe fotografie, anche se, subito, questa luce intensa del sole (celebre in un certo pittore di marine inglesi) si smorza qui nei toni bassi, chiacchierati, scandalistici della cronaca e del dissenso quotidiano. Che potrebbe essere un modo strano di interpretare l'ambiente del segni zodiacali (che tanta fortuna hanno aggi presso una certa area anticulturale) se propria invece l'allusione al magma, al caos, all'indistinto di un presente (che i nuovi filosofi cogitano essere descrivibile solo al negativa, andando sempre più verso la totale afasia), non fosse - evidentemente - decrittabile. E la pittura di Beltrame, pittura-pittura, così visibile e cosi pregnante, può anche apparire, oltre che epifanica, afasica, per la povertà - in definitiva - dei segni, delle ricognizioni, delle presenze, dei racconti e delle metamorfosi. E', più che altro, da una lettura di tutta la Mostra, che il discorso si fa chiaro, mettendo insieme i frammenti dell'attuale (i pochi frammenti contenuti in ogni tela) per arrivare, ad una visione più organizzata, ma anche più disorganica, orgasmica, caotica, e, per ciò, appunta contemporanea.
Infatti, in questi cieli terrosi, appaiono (ma spesso sembra che le figure siano, al contrario, in fase di sparizione) accenni antropomorfici, stilizzati, camuffati come mummie, avvolte nelle bende sacrali, ad essere, esse, gli Angeli, gli annunciatori della immagine a della parola: parola quanta mai improbabile se le bocche sono come cucite, chiuse, inesistenti e non pare molto facile intendere che queste "ombre" siano, alla fi-ne, capaci di comunicazione. Tuttavia un cento discorso lo fanno solo la loro presenza, il loro esserci, fra massi che rotolano, frammenti di vegetazione, lacerti, ritagli, rimasugli esistenziali: loro ci sono sempre a testimoniare che senza l'uomo non è possibile, se non altro, la definizione e neppure l'illusione o la simulazione di una qualsiasi realtà. Sembrerebbe che queste cosmogonie fossero come stravolte dal vento atomico, dall'ansia di burrasche troppo grandi, dal tifone circolare d'una qualsivoglia catastrofe. Non è certo, quello di Beltrame, un universo razionale, scientifico, regolato dalla fisica o dalla matematica, sembra che il caos detti le sue leggi ed hai ancora l'impressione che si tratti quasi più di un mondo in via di estinzione molto di più che di una epifania salvifica universale e trionfante.
Là dove gli anacronisti e i neo-mitologici, si affrettano a porre i corpi seminudi delle divinità armai asignificanti di un passato al quale nessuna più si rivolge, tranne che per colta citazione, il discorso di Beltrame, in altro senso ed altra direzione, sembra piuttosto riferirsi a certa surrealismo, a certo espressionismo astratto, scavando nella tensione del vuoto; nel dinamismo della sconfitta, come in certi versi di Blake.
II mondo di Beltrame è davvero una waste land eliotiana, un mondo eternamente postbellico, un "gran fiume dai due cuori" come dice l'hemingwayano Nick Adam, tornando dalla guerra, ritrovando la natura devastata dall'incendio, dove solo striminzite cavallette possono ricercare qualche magro ciba dal disastro del circostante.
Ma poiché la pittura è sempre immagine e non pagina bianca come cercava di non scrivere certo personaggio di Hoffmannsthal, anche Beltrame, nella ricerca delle figurazioni, nella descrizione del suo non paesaggio, deve pur fare i conti con il suo specifico, conferire al mezzo qualche accenno di discorso, ammettere i segni ed i colori in un qualche ordine ottico luminoso per cui, - quasi dialetticamente - il suo dire mantiene e propone qualche accattivante segnalazione, come se ai margini dei suoi deserti, bandiere a lampi di colore, segnalassero fra loro presenze di possibili soccorsi, anche se improbabili, forse del tutto falsi od illusori.
Scatta il riscatto dell'arte e la visione si armonizza, confortandoci sui residui irriducibili della Ragione che vengono alla luce, tanta più impellenti, quanta più il dire è stato amorfo, magro, apparentemente sterile. II paradosso dell'arte sta appunto nell'essere, nel contenere pur sempre una affermazione (sia pure nella resa tecnica, nel lavoro fatto, nel tempo trascorso in quella impresa) anche nella più negativa delle apparenze. Ogni avventura d'arte contiene una sua ragione di coraggio, una motivazione ineludibile, l'ansia di un messaggio trasmesso da una qualunque "tenda rossa". Starà poi a noi riuscire (o non) a raccoglierlo, a convogliarlo verso i ritorni, cioè le nostalgie.

Luigi Serravalli